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Dal palco alla realtà: dare concretezza alla rivoluzione digitale nelle nostre città


SMAU Roma, 20/3/14 Relazione introduttiva di Marco Filippeschi - Sindaco di Pisa e componente della Cabina di Regia per l’attuazione dell’ADI

Marco-Filippeschi-sindaco-di-Pisa-2La vera sfida lanciata dall’Agenda Digitale Italiana consiste nel fare in modo che la Pubblica Amministrazione usi le tecnologie digitali e i dati come strumento di sviluppo e al contempo risponda ai bisogni emergenti della società, riformando radicalmente la propria “macchina”, rendendola più leggera e meno dispendiosa, e adeguando l’offerta di servizi alle nuove frontiere digitali, orientandola a misurare l’efficacia della propria azione, per strategie, obiettivi e relazioni con l’utenza.

Si tratta di obiettivi ineludibili, di premesse per consentire al nostro Paese di superare il ritardo che ha nel cogliere il potenziale delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione per favorire l’innovazione, la crescita economica utile e sostenibile e la competitività dei territori. Noi siamo interessati perché crediamo che le nuove politiche urbane siano un volano di sviluppo e perché dobbiamo poter cogliere le possibilità date dalle grandi rivoluzioni nelle quali siamo immersi: quella digitale e quella delle energie – quelle dei salti tecnologici già fatti o che si annunciano – e quella di una più facile capacità di relazioni e anche di relazioni internazionali.

In questa visione, la riforma dello Stato è tutt’una con la rivoluzione digitale delle amministrazioni e con la riorganizzazione degli enti territoriali. Le innovazioni fondamentali legate allo sviluppo digitale del Paese sono quelle che riguardano la qualità della vita dei cittadini e la maggior parte di esse, in concreto, coinvolgono i Comuni.

Mi riferisco, ad esempio, all’esigenza di sburocratizzare i procedimenti autorizzativi per le attività economiche, allo snellimento e l’automazione delle procedure, che l’Agenda Digitale prevede, e che sono spesso di titolarità comunale. Per questo motivo, il ruolo dei comuni è essenziale per definire strategie mirate alla domanda e per il governo delle iniziative nel disegno attuativo dell’Agenda Digitale Italiana.

Serve un presidio di governo nazionale forte e serve continuità.  Oggi, guardando al medio periodo, non possiamo dirci soddisfatti. Il governo Letta nel suo programma e nell’accelerazione che ha inteso dare si è mostrato molto attento allo sviluppo digitale, ha fatto investimenti giusti, impegnando il commissario Francesco Caio, ma non ha avuto modo e tempo di sistematizzare. Oggi vogliamo che il governo Renzi dia stabilità e coerenza all’azione dell’Agenda Digitale, individuando anche riferimenti politici forti e politiche adeguate, portando avanti il lavoro avviato, quello d’indirizzo e di coordinamento politico e quello dell’Agenzia, e pensiamo che possa farlo con una grande sensibilità per le sensibilità che esprime e anche con il contributo che l’ANCI, in particolare, può dare per raggiungere gli obiettivi.

La Camera dei Deputati ha svolto il proprio monitoraggio lo scorso 5 marzo. L’accelerazione c’è stata: su 55 adempimenti ne sono stati adottati 17, in modo selettivo, per priorità. Ma per 21 adempimenti non ancora adottati sono superati i termini previsti nella tabella di marcia. Abbiamo come riferimento il rapporto fatto da Francesco Caio alla Presidenza del Consiglio, il 30 gennaio scorso per la banda larga in Italia, entro il 2020, secondo gli obiettivi europei: un rapporto anche incoraggiante – penso agli investimenti industriali in corso –, ma che ha evidenziato la necessità di un grande sforzo di monitoraggio, di capacità d’impiego dei Fondi Strutturali dell’UE per investimenti infrastrutturali nei diversi sistemi, d’indirizzo e di coordinamento, anche territoriale, perché non vi siano ritardi e dispersioni.

La pianificazione nazionale – uso questo termine non per caso, perché i grandi paesi stanno pianificando, concretamente, come ci ricorda sempre Agostino Ragosa – deve definire quali sono i meccanismi amministrativi, finanziari, tecnologici e quali gli investimenti funzionali al raggiungimento degli obiettivi, dando certezza nel tempo alle azioni.

I Comuni sono consapevoli che la situazione di crisi economica generale impone delle scelte finanziarie restrittive inevitabili – noi, come si sa, le abbiamo già messe in atto e oggi chiediamo altri sforzi, in altre direzioni e selettivi –, ma è impensabile immaginare che si possano attuare il salto infrastrutturale, le riforme organizzative e indurre nuove economie, tutto ciò a cui ambisce l’Agenda Digitale, senza stanziare e reperire nuove risorse economiche.

Quelli dell’Agenda Digitale non sono obiettivi fra i tanti: sono obiettivi fondamentali di competitività e di crescita, sono i mezzi necessari per entrare in una dimensione nuova. Anche per questo noi teniamo molto a che la “Cabina di Regia” nella quale siamo impegnati con il Governo e con le Regioni avvii davvero al sua attività. Abbiamo bisogno di darci grandi obiettivi e d’impossessarci di un linguaggio nuovo.

La focalizzazione su poche, ma strategiche priorità è stata una scelta positiva, purché esse siano considerate, insieme alla realizzazione del “Piano Nazionale per la Banda Larga” e alla riduzione della frammentazione dei CED – valorizzando gli studi e i monitoraggi della Fondazione Bordoni –, come punto di partenza propedeutico allo sviluppo e diffusione di servizi che incidano direttamente sulla qualità della vita dei cittadini e sulla creazione di un contesto favorevole al mondo produttivo. Solo dentro un’architettura nazionale solida si possono fare scelte e sperimentazioni incrementali, non effimere o diseconomiche.

La riorganizzazione della Pubblica Amministrazione in chiave digitale porterà risparmi economici, come rileva il commissario straordinario Carlo Cottarelli nelle sue proposte, ma perciò è necessario investire, non scaricando oneri sulle amministrazioni locali, riducendo di molto il numero dei Centri Elaborazione Dati dell’amministrazione centrale e di quelle periferiche, secondo il Piano triennale dell’Agenda Digitale.

Bisogna, inoltre, rafforzare le dinamiche di confronto e scambio fra amministrazioni per diffondere i modelli innovativi, non solo tecnologici, ma anche e soprattutto di governance. Le reti di collaborazione sono uno strumento di grande valore e vanno incentivate.

E’ essenziale che il percorso di standardizzazione e razionalizzazione si inserisca nel più ampio percorso di riforma delle autonomie locali, che già oggi prevede l’obbligo di gestione associata dei servizi per la grande massa dei piccoli Comuni, tramite le Unioni di Comuni, promuovendone quando serva – spesso – la fusione. Senza dimenticare il cambiamento decisivo e irrinunciabile portato dall’istituzione delle Città metropolitane, che dà dei riferimenti dimensionali europei per le politiche urbane. Ma, aggiungo, senza dimenticare che l’Italia è fatta anche di città medie e di aree urbane differenziate, per cui oltre lo standard dimensionale serve stimolare e poter valutare anche uno standard qualitativo più raffinato, con le necessarie e possibili classificazioni, per città e aree strategiche. E’ bene valutare questi aspetti, in collaborazione con le Regioni, per creare una competizione positiva e non invece frustrazioni e conflitti.

Serve procedere a sburocratizzare i procedimenti e a delegificare. E’ contraddittorio pensare che la necessaria rivoluzione digitale dello Stato, delle amministrazioni pubbliche, possa avvenire con ulteriori affastellamenti di norme e regolamenti – sulla resa Codice dell’Amministrazione Digitale ormai possiamo sintetizzare un giudizio e trarre conseguenze –, senza che alla base vi sia un ripensamento della macchina burocratica in termini di semplificazione delle procedure. Se è vero che l’innovazione è in sé uno strumento di semplificazione, allora usiamolo con coerenza. Non digitalizziamo la burocrazia tradizionale, rischiando di appesantirla, ma cogliamo l’occasione per ripensarla radicalmente, anche alla luce del riassetto istituzionale in corso che finalmente parte dai rami più alti. E liberalizziamo il trattamento dei dati: liberiamo prima possibile questa straordinaria risorsa, disponibile per rinnovare tutte le dimensioni della vita sociale.

Vanno facilitati e potenziati i meccanismi che possano permettere l’attivazione di partenariati pubblico-privati, che devono essere considerati, anche alla luce delle esperienze che si stanno realizzando in alcuni grandi Comuni, una delle vie principali per la realizzazione di interventi di innovazione nei territori. Per realizzare veri e propri “piani regolatori” per la digitalizzazione delle città – uso questo termine per rendere il salto di qualità che dobbiamo fare –, che avvicinino domanda e offerta, sovrapponendo e integrando sul territorio, sui poli di servizi, sui sistemi di monitoraggio, modelli di pianificazione e di acquisizione e trattamento dei dati oggi separati.

Va fatto un salto radicale di mentalità: bisogna cominciare a pensare in maniera diffusa alla città, non solo come all’utilizzatore, al committente di soluzioni e servizi, ma soprattutto come ad un attore che crea le condizioni affinché le imprese più dinamiche possano operare sul suo territorio e investire ancora.

Si tratta anche di pensare in maniera assai diversa, rispetto al passato – perché gli strumenti che oggi abbiamo sono altri –, a come rendere le nostre città in grado di trattenere e attrarre le migliori energie del mondo produttivo e della ricerca, i cervelli migliori. Abbiamo presente la ricerca e i confronti che ha fatto Enrico Moretti partendo dalle aree di maggior sviluppo di Ict degli Stati Uniti. Ma siamo testimoni anche noi, come sindaci, di fenomeni importanti, positivi, di peso non trascurabile. Nel concreto, il Comune è chiamato quindi a definire la visione della città futura, a comprendere, a dare supporto alle vocazioni economiche del territorio, a stabilire collaborazioni fruttuose con le Università, a coinvolgere il mondo del credito nel sostegno agli investimenti in ambito urbano, a mettere a disposizione spazi – si pensi al tema del coworking e delle fabbriche creative, degli incubatori – che rappresentino un ambiente fecondo per lo sviluppo di start up.

Infine, serve affermare un’autonomia organizzativa, che superi una visione burocratica, cieca e ottusa che come comuni abbiamo subito, mirata all’attuazione delle agende digitali locali, di gestione libera a questo scopo del personale e degli apporti esterni, che consenta di portare nei comuni nuove competenze, giovani competenze. Oggi ciò non si può fare e questa forse è la contraddizione più grave che urge superare. Serve dunque una “corsia preferenziale” per la digitalizzazione e serve che sia tolta qualsiasi limitazione alla partecipazione alle reti di città europee – partecipazione associativa oggi di fatto impedita – perché è in questa dimensione che si può crescere e che, spesso, di devono realizzare i progetti nuovi, in risposta alle azioni dell’Unione Europea.

In sintesi, riteniamo che per attuare l’Agenda Digitale sia necessario:

-     completare la copertura del territorio nazionale in banda larga, precondizione di accesso alla società della conoscenza e allo sviluppo di servizi innovativi, in qualunque ambito;

-     individuare delle misure che possano facilitare gli investimenti in banda ultra larga nelle aree urbane, per sostenere lo sviluppo di un’offerta integrata di servizi secondo il modello di città o comunità intelligente;

-     proseguire nel percorso di apertura del patrimonio informativo pubblico, quale elemento propulsore di iniziative di sviluppo locale, oltre che strumento per garantire la trasparenza dell’azione amministrativa;

-     orientare la definizione dell’Agenda urbana nazionale in un’ottica di “smart city”, anche individuando forme specifiche e più flessibili di finanziamento di progettualità innovativa che facilitino in particolare l’attivazione di partenariati pubblico-privati per lo sviluppo di soluzioni integrate di servizi urbani;

-     integrare le politiche ordinarie con le priorità individuate nell’ambito della Programmazione 2014-2020 dei fondi europei, sia quelli strutturali sia quelli relativi a programmi quali Horizon 2020, per la ricerca e l’innovazione, per favorire uno sviluppo coerente delle iniziative sui territori in un’ottica di ottimizzazione delle risorse e riduzione del rischio di mancato utilizzo dei fondi;

-     accompagnare gli interventi individuati come cardine e priorità dell’attuazione dell’Agenda Digitale, quali l’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente, la Fatturazione Elettronica e l’Identità Digitale, o le scelte future, con adeguate misure di sostegno che consentano a tutti gli attori coinvolti, in primis ai Comuni, di ridurre l’impatto economico ed organizzativo originato dall’introduzione dei nuovi modelli e sistemi, salvaguardando al contempo le funzioni e i servizi comunali, valorizzando le competenze che in questo settore molti comuni sanno esprimere;

-     favorire l’inclusione digitale territoriale, identificando misure che incentivino l’uso delle tecnologie per l’esercizio associato delle funzioni fondamentali dei Comuni con popolazione inferiore a 5.000 abitanti imposto dalla norma;

-     investire nella crescita della cultura digitale dei cittadini – con iniziative sistematiche di alfabetizzazione digitale – nelle scuole, per esempio, ma anche indirizzando rapidamente la RAI a svolgere il suo compito di servizio pubblico: “digitali, non per caso” la metterei così… – e arricchire di molto quella della Pubblica Amministrazione, per migliorare le competenze e l’uso intensivo dei servizi innovativi.

L’obiettivo di questa giornata è fare una verifica sull’avanzamento dei grandi progetti che sono stati lanciati e analizzare insieme punti di forza e punti di debolezza di quanto già avviato, e contestualmente cogliere l’occasione per riflettere insieme sul percorso futuro, per capire quali siano le priorità da affrontare per recuperare il ritardo accumulato dal nostro Paese.

La collaborazione inter-istituzionale non è solo rispetto dei ruoli e delle competenze, ma riveste un grande valore in termini di aderenza al contesto reale delle azioni e dei progetti nazionali che si mettono in campo, in un disegno generale in cui ognuno apporta il proprio contributo per la realizzazione ed il successo dell’iniziativa nazionale.

L’impegno profuso dall’ANCI e dai Comuni ai tavoli tecnici per il disegno dell’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente, ad esempio, ha consentito di mettere in luce alcuni limiti del progetto originario, primo fra tutti quello di abbandonare le basi di dati locali dei cittadini presso i Comuni, attraverso la conoscenza della quotidianità di servizio svolta dagli enti locali. Abbiamo fatto proposte, c’è stato ascolto.

Come fa per suo metodo, l’ANCI continuerà a promuovere il costante confronto tra i Comuni, attraverso i suoi organismi di rappresentanza e con le diverse iniziative che via via mette in campo, per stimolare il cambiamento, fuori da una visione provinciale ed episodica, non arrendendosi alla logica del giorno per giorno, nonostante le asfissianti difficoltà che si vivono, come si è voluto fare con l’ultima iniziativa: “Osservatorio ANCI Smart City”, secondo un modello evolutivo del nostro compito di rappresentanza e di supporto ai Comuni.

Puntiamo anche a formare una nuova leva di amministratori, giovani, innovativi, che abbiano l’ambizione giusta: quella di cambiare davvero le nostre città e il nostro paese, non stando al di sotto delle possibilità e delle intelligenze, realizzando invece le innovazioni possibili e ritrovando qui il gusto di una competizione in avanti fra le intelligenze, fra le creatività che ci distinguono nel mondo. Facendo tutto ciò con impegno e rigore e ricreando anche così quella crescita virtuosa e quegli equilibri nuovi che cerchiamo, senza cui non sarà possibile dare coesione sociale e garantire vera democrazia. Grazie.